Bambini e adolescenti 5

"Adesso mangio meno, lo faccio veramente, così vedono che ce la faccio. Così vedono che dimagrisco." È iniziato tutto da questo stupido pensiero per 'ripicca' nei confronti dei miei genitori che controllavano troppo quello che mangiavo. Piano piano questi pensieri e paranoie sono diventati sempre più frequenti.

Mi ricordo il giorno in cui presi la mia ultima barretta di cioccolato alla macchinetta della scuola. Era gennaio. Ero felicissima, anche perché si sa che il cioccolato mette allegria ed energia. Tornata a casa ho capito che la situazione mi stava sfuggendo di mano. La sera ho avuto la mia prima crisi. Sentivo i sensi di colpa logorarmi il cervello. Da quel giorno non mi hanno più lasciata: "É TROPPO" "COSÌ INGRASSI" " OGGI NOM HAI FATTO GINNASTICA" "NON TE LO PUOI PERMETTERE".

Ho iniziato ad eliminare determinato cibi che con il passare del tempo sono diventati fobici. "QUELLO TI FA MALE" "L'OLIO E IL SALE NO" "NON PUOI MANGIARE I FORMAGGI, EVITA I CARBOIDRATI". Ho cominciato a pesarmi costantemente anche più volte al giorno. Vedere quel numero scendere di settimana in settimana era una soddisfazione, ci stavo riuscendo veramente. Niente più merende, scarsissime colazioni, pranzo e cena limitati, infinite ore settimanali di allenamenti di ritmica, impegni, camminate alla sera e palestra la domenica che mi ero imposta. La scuola non la sostenevo, le gambe non mi reggevano, ma continuavo insistentemente a procedere in tutto perché dovevo riuscire, essere capace a conciliare tutto, a controllare ogni cosa. Controllare le voglie e la fame. Mi sentivo davvero potente e appagata inizialmente, poi cambiò. Continue crisi di pianto, ogni giorno, che mi sfinivano sia fisicamente che mentalmente. La mia testa era come una radio senza il pulsante di stop che trasmetteva continuamente un disco di orribili pensieri.

Ero divisa in due: una mie con la paura di cosa stava accadendo e non sosteneva più vivere così e l'altra che adorava il senso di potenza e allo stesso tempo di fragilità. Volevo che gli altri notassero la mia fragilità, la mia sofferenza che non potevo essere sempre quella serena e allegra come mi mostravo. Volevo che anche il mio ragazzo lo notasse, nonostante fossi consapevole del rischio di perderlo. Poi le prime visite dalla nutrizionista. All'inizio, nella prima settimana soprattutto, il piano alimentare mi aveva dato non pochi problemi, ma riuscivo in qualche modo a nascondere o restringere e, nonostante fosse di più di quello che mi ero imposta di mangiare fino a quel momento.

Segnavo tutto quello che mangiavo in un'applicazione conta-calorie che alimentava la mia ossessione per il controllo. Ormai della vecchia me, che rideva sempre, che amava l'imprevedibilità, mettersi in gioco, stare in compagnia, ne era rimasto solo un bagliore. La nutrizionista non bastava più, non era una questione di cibo, ma qualcosa di più profondo, perciò mamma mi propose di provare da una psicologa che mi avrebbe aiutata perché lei non sapeva più come fare. Dalle prime sedute tornavo a casa sempre con una tristezza addosso e con il cattivo umore perché mi agitava raccontare di me e sentivo contemporaneamente che qualcosa stava venendo a galla e mi faceva male.

Le crisi continuavano ad essere molto frequenti, mi volevo male e non sapevo come sopprimere questo forte dolore, allora stringevo le gambe, mi contorcevo sforzando tutti i muscoli possibili, arrivavo addirittura a graffiarmi, come per aprire uno spiraglio e far uscire tutto il male che c'era in me. A fine aprile io e il mio ragazzo ci lasciammo e nonostante fosse stata una scelta condivisa soffrii parecchio. In tutto questo tempo un'altra persona, la mia migliore amica, si stava ammalando sempre più, ma di bulimia. Finita la scuola ho avuto come l'impressione che fosse scomparsa dalla mia vita. Mi sentivo sola, non avevo più nessuno. Ne lei, ne il mio ragazzo e anche il mio più caro amico si era allontanato improvvisamente.

Provavo tanta rabbia, quasi odio, per questo abbandono e tutt'ora provo un po' di rancore. Oltre a questo stavo attraversando il periodo più difficile per quanto riguarda la parte sociale: non volevo uscire, mi vergognavo ed ero sempre stanca. Pensavo che tutti, appena mi vedevano, avrebbero parlato di me e questo mi creava molta ansia. Credevo di essere al centro delle loro attenzioni in modo negativo. Con il tempo, grazie alla psicologa, ho imparato ad affrontare la cosa piuttosto che evitarla, combattendo in segreto anche l'attaccamento morboso che avevo nei confronti della mia famiglia, soprattutto con mia madre. Con loro mi sentivo protetta come in una bolla dove non arrivavano le critiche del mondo esterno e inoltre mi davano affetto e attenzioni, che io desideravo fortemente. A luglio raggiunsi il mio peso più basso e qualcosa di più vero scattò in me. Era come se mi fossi presa in giro per tutto quel tempo.

Perché continuare a privarsi delle feste e degli amici per paura del cibo? Perché perdere anche la ritmica, che ho sempre amato e messo al primo posto? Perché perdere la voglia di vivere? Che senso ha tutto questo se a nessuno interessa, anzi ne sono schifati, vedere le ossa, le occhiaie, i vestiti sempre più larghi? Cosa è un numero in confronto alla compagnia, le risate, la musica, i ragazzi, i vestiti, la vita? Perciò iniziai a lottare. Era come una riscoperta. L'ho vissuta e la vivo tutt'ora come una rinascita. Sentire nitidamente un emozione che ogni tanto emergeva da dentro ed ogni volta più forte. Sentivo come un adrenalina. La mia vita che stavo per perdere ritornarmi tra le mani. In alcuni momenti avrei voluto urlarlo tutta questa gioia, mi sembrava un sentimento nuovo. Poi a fine agosto, un giorno in cui avevo stabilito di pesarmi, vidi quel numero aumentato di parecchio in confronto ai soliti aumenti che mi portavano comunque a piangere perché il cambiamento fa paura, ma si supera.

Quel giorno invece rimasi impassibile, anzi sentivo un po' di soddisfazione, forse della felicità perché mi stavo avvicinando sempre più alla libertà. "RIVOGLIO IL MIO CORPO DA DONNA, BASTA ESSERE UN ATTACCAPANNI" Lottare, lottare veramente lo si sente. È quando ti sentì inghiottita dal mondo, la testa piena di pensieri, la paura del futuro negli occhi, ma continui e vai dritto per la tua strada anche con le guance rigate dalle lacrime perché sai che hai intrapreso quella giusta. È andare controvento. È come un lunghissimo tunnel, ma se non ti fermi e vai avanti prima o poi trovi l'uscita. Sono determinata e competitiva, odio perdere e vincerò anche questa battaglia. È dura, lo ammetto. Ogni giorno è una sfida per me.

Gli imprevisti, le cene fuori, le lunghe ore seduta a scuola. In fondo la vita è questa, l'ho sempre amata e sto tornando ad amarla. Lo faccio per miei amici, per i miei parenti, per le mie insegnanti di ginnastica, per i miei genitori, ma soprattutto lo faccio per me perché me lo merito.

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Dott.ssa Caterina Fucili
Psicologo e Psicoterapeuta
Iscriz. n°1021 Albo Psicologi Marche
mail: info@caterinafucili.it