Gruppi 2

Giada mi ha consegnato qualcosa di prezioso, una sorta di diario di una terapia di gruppo durata sei mesi che ha consegnato alla fine del percorso a tutti i membri. La metto in questa sezione del sito come testimonianza di un percorso fatto di incontri, del potere emotivo del setting di gruppo e del fatto che la sofferenza è un fenomeno diffuso e curabile. Ringrazio Giada per la condivisione. Dott.ssa Fucili

La porta è aperta, le sedie in circolo, alcune persone sono già sedute ma guardano il pavimento o il cellulare, c’è tensione e imbarazzo. Prima seduta di gruppo. Voglio fuggire! Non l’ho fatto. Non l’ho fatto per mesi mentre osservavo i miei compagni di viaggio. Ve li presento. Mi hanno insegnato a non sentirmi sola mentre i terapeuti lavoravano fitto montando e smontando le nostre menti come bambini che giocano con i pezzi di lego. Che impegno! C’è Laura. Laura parla della sua tristezza, stanca di vivere è una fatica ogni giorno in cui i pensieri della morte fanno capolino e non lasciano tregua. Quando tutto è sofferenza, nulla ha senso. Inutilità. Capisco, capisco. Laura mi lascia un senso di angoscia per i miei avvenimenti del 2008 quando da sola mi spingevo avanti senza fiato. La capisco Laura. Oggi i miei occhi sono diventati lucidi per un istante: è difficile sentire l’impotenza, la frustrazione per un miglioramento che non è imminente. Capisco Laura, una farfalla nata senza ali, che ogni tanto prende le forbici e si segna nel braccio, giusto per sentirsi viva e dare una forma al dolore. Alessandra, un altro volto, un’altra tristezza. Vorrebbe dormire tutto il giorno, piena di sensi di colpa per il rapporto con il suo babbo morto da poco. Lei “deve” e fra i suoi “devo” onnipotenti, non deve far vedere le emozioni. Ma gli altri l’hanno svelata, hanno capito che è fragile, ed ora si sente senza pelle, imbarazzata e gonfiata fisicamente da una rassegnazione che la immobilizza, proprio come il suo peso. Portata dal vento, a ventisei anni, non sa cosa vuole, che è. L’inganno di una vita è stato sciolto. Ma allora è stato tutto inutile? La sento la sua stanchezza del fare comunque, mi appartiene, la paura di una solitudine che ha toccato ed è esplosa col panico. Ma hai ventisei anni: quello che ti ha portato qui ti porterà lontano, oltre i tuoi limiti. Paola è più grande, ha messo le mani addosso alla mamma, lei dice di essere la bulimia. A quaranta anni è ancora alla ricerca di una mamma buona, che le dia una carezza o le dica che è importante. Piange. Il gruppo respira il suo dolore. Non riesce più a parlare, la gola è bloccata. Vorrebbe mangiare e vomitare, ora, solo questo. Difficile perdonarsi, è la cosa più difficile. Di lei gli psichiatri dicono che è grave, ma, cazzo, facile nascondersi dietro una etichetta diagnostica. Io vedo solo una donna disperata, come me, immersa in una sofferenza senza fine che la rende lunatica ed inavvicinabile. Un giorno la dottoressa Fucili ci ha raccontato una storia.

Credo che la morale sia questa: la sofferenza può incattivire e allontanare gli altri perché quando è estrema, lo diventa anche il grido di aiuto. Sì, è questo il concetto. La storia era più o meno così. C’era una volta un ragazzo disperato. Si buttò in un fiume. Stava per affogare davvero ma sentì il richiamo della vita ed iniziò a guardarsi intorno per vedere se c’era qualcuno che avrebbe potuto soccorrerlo. Iniziò a gridare aiuto, ma tutti sembravano troppo lontani per sentire. Finalmente qualcuno lo notò e gli si avvicinò. Il ragazzo era pieno di rabbia, possibile che solo ora arrivava qualcuno? Iniziò a sbraitare nei confronti del passante, poi insultarlo per la lentezza e l’indifferenza. A quel punto il passante si girò dicendo tra sé e sé “Rimani dove sei!”. Penso che la Fucili ci stava facendo riflettere sul fatto che confondiamo la sofferenza con la gravità, i modi bruschi e irrispettosi con la volontà di distruggere e non come richieste disperate di aiuto. Come Loretta, lei ha sempre un motivo per scagliarsi contro qualcuno ma per me questo non è importante quando mi chiama con voce flebile e mi chiede “come fai a volere vivere?”. Si sveglia e prende tranquillanti per dormire e questa è la sua giornata. Non mi è nuovo questo volersi stordire per non ascoltare l’interno ma sono sicura che pure lei troverà un senso, se stessa. Oggi anche Claudia cattura la mia attenzione. Piange ma non vuole parlare. Claudia ha il ciclo, dopo anni di amenorrea. Il peso le pesa come i significati che nasconde e non posso che accogliere questo pianto e capirla. Oggi c’è anche Elisa, ora lei vive nella luce e sorride! E’ arrivata! Sa chi è e cosa vuole fare, sa qual è il suo sogno. Quando l’ho vista per la prima volta era una ragazzina piena di angoscia. Ogni storia mi affascina, in qualcosa c’è un po’ di me. Lei mi ha insegnato che una banconota da cinquanta euro, anche se accartocciata e rovinata, non perde il suo valore. E si è fatta un tatuaggio: “libera, intera, fragile, una nuvola, un girasole protetto dal mio proprio io, non più prigioniera del corpo, ai limiti di una iperbole”. Wow!!! ... Oggi il gruppo ha lavorato tanto, mi sento immersa in una sofferenza ed in una solidarietà collettiva. Sento di essere nel posto giusto, il mio posto. Viviana trema, la voce è interrotta e meccanica. Confessa di essere stata violentata a otto anni da un “amico di famiglia”. Ora è diffidente, chiusa, ha perso il coraggio. Lei, futuro medico, custodisce un dolore enorme e sceglie questo luogo sacro per svelarlo. Ancora sogna di scappare, inseguita da uomini senza volto. Lei ha imparato che deve sempre cavarsela e lo sa fare ma qualcosa si è interrotto quando Marco l’ha lasciata. Adesso è persa nella vita. Come siamo umanamente fragili. Camminando per strada mi chiedo quante persone o quante parate di maschere incontro, che come gusci di conchiglia proteggono qualcosa di vivo, pulsante e magmatico. Io stessa sto riuscendo finalmente a vedermi dentro e vedo questo interno focoso. Mi viene in mente la vita e Alice che vuole passare dal sopravvivere al vivere sopra tutte le sue paranoie. Salvo lo fa assumendo mix di alcool e psicofarmaci, racconta di quando si è seduto sul davanzale e i colleghi del lavoro lo hanno ritirato dentro. Come Giampaolo, tre tentativi, incurante della presenza delle figlie. Penso che anche la loro serenità se ne sia andata, sono un po’ arrabbiata con lui. Rebecca cita Vasco, “siamo solo noi”, e dice che è solo lei ad avere storie con uomini fuggitivi. In fondo lo abbiamo capito, qui, sono nostre le scelte e ci sono dinamiche relazionali che si ripetono come in automatico. Lei è una donna che vuole essere libera ma ora questa libertà è diventata una gabbia. Mi smuove. Ho ricordi e sensazioni ancora attuali che confondono la libertà con il deserto emotivo. La vera libertà è da se stessi, la Dottoressa dice così, io provo a capire ma non è semplice. Oggi Chiara ha chiamato la Dottoressa, si è capito che era una urgenza. E’ arrivata tardi mostrandole il polso dove c’erano dei tagli e a salutarla. A darci l’addio. Chiara è così, ma i tagli sono comunque tagli. Viene quando vuole, quando ha bisogno, è impulsiva e un po’ scenografica. Assume al bisogno la psicoterapia e poi fugge per poi tornare. Anche quello di oggi è un ritorno, ha la faccia gonfia, sta male e il gruppo l’accoglie. C’è Loretta poi che non sa se quello che pensa sia giusto o sbagliato, nella vita e nella sua storia, ha rinunciato a un senso di individualità. Dice che quello che pensa è un errore, che lei è uno sbaglio e che è inutile scegliere perché sbaglierebbe scelta. Lei non “è”, viene trascinata dal fiume della noia. Un fiume nero che le dipinge un volto tetro, con occhi spenti e assonnati. Però è coraggiosa, sceglie la vita, infondo, sceglie il gruppo. Mi rendo conto che molti di noi hanno una vita allo specchio. Elisa è sposata ma ha una relazione con un altro da ormai cinque anni. Dopo gli anni delle ossessioni ha scoperto la libertà di amare ma deve fare i conti con le vecchie scelte e con la separazione. Non riesce a farlo il grande salto e intanto appassisce, come un fiore dimenticato dal sole. Anche Rosa parla di qualcosa di simile, ma appassisce perché non si sente donna, si sente uno schifo inguardabile e intoccabile, ossessivamente si chiede come la vogliono gli altri e si trasforma camaleonticamente piena di indegnità e vergogna. C’è un’altra tra noi, trema. Ha una fobia sociale. Le sue mani tremano, lei dice così, tradiscono quello che vuole mostrare, forza e sicurezza. Cerca di nasconderle, di negarle, non sono sotto controllo e questo la mette in tilt. Martina intanto ha gli occhi umidi mentre mostra delle foto in cui pesava trentadue chili. Il suo corpo non è che una maschera rinsecchita di tutto ciò che di morbido ha nel cuore. Fragilità non è debolezza, è umanità. Splendida umanità che ti avvicina agli altri e ti inonda il cuore. Siamo troppo presi a negarci. Ilaria ha un viso di ceramica ed occhi azzurri come biglie di vetro. Sorrisi amari, tirati, tagliati da tre aborti. Ha solo diciassettenne anni. Sono entrate quattro ragazze che hanno dai sedici ai ventiquattro anni. Ormai ho capito che la sofferenza fa parte della vita, che capita, che non significa essere diversi o mutilati. C’è Elisa, la prima della classe, perfezionista dagli occhi enigmatici. In battaglia continua per dimostrare ed essere ciò che gli altri si aspettano da lei. Finge di stare bene, così come finge di mangiare, e poi sputa. Monica invece ha bisogni di riempirsi e svuotarsi. Accade ogni giorno e ad ogni pasto. E’ il modo che ha trovato per stordirsi, rilassasi e soprattutto allontanare l’immagine del suo ex compagno. Ha talmente bisogno di sentirsi parte di una coppia che si è incastrata in una storia che ora è il suo incubo ricorrente: violentata, picchiata , umiliata dal compagno che la ricatta. Sensibile alle sue parole “ se te ne vai mi ammazzo”. Era una cantante ed ora ha trovato il coraggio di stare sul palco per sé e abbandonale lui. Silvia è pragmatica, definisce il suo disturbo come “sindrome della bambola che ride con gli elastici alla bocca” e se ne va nel silenzio. Raffaella si sente “sparpagliata”, il suo sintomo sta migliorando ma ora arriva la realtà. Un fratello che ha appena fatto il caming out con due tentativi di suicidio alle spalle e un compagno che per lei si è separato dalla moglie che abusa di tranquillanti. Di nuovo scelte inconsapevolmente consapevoli! Maria sorvola sui miei pensieri, i genitori si chiedono chi sia: a casa è ingenuità, indifferenza, fuori, solo sesso occasionale. La portano e la abbandonano come uno straccio sporco, ha sedici anni cavolo, solo sedici. Voi dove eravate quando si dava senza distinzioni. Eravate a casa, e l’avete spedita in mansarda, isolata dal resto della casa. Bravi! Lei è esasperata è urla che c’è! A volte invece mi chiedo davvero se Marina ci sia. La voce un filo, è così evanescente e fatua. Invece Camilla sa chi è: è eroina. Senza ha paura, come Sabrina che teme di svelare la sua storia di bambina adottiva e s’incazza col corpo che tradisce, in qualche fattezza, la sua italianità. Non trova un posto suo, un senso di appartenenza; l’unico che ha lo descrive come un buco. Vedo Katia che supplica la terapeuta di aiutarla, non ha capito che deve metterci del suo, che nessuno ha bacchette magiche e che le fate appartengono ai nostri sogni di bambine, non a questo gruppo. Massimiliano ha due donne. Non sa scegliere e prendere una posizione, ancora ha l’immagine del padre malato di cancro, come se fosse a lui che deve rendere conto. La sessualità segue questa incertezza. Sembra un macho invece ha problemi di erezione e orgasmo. La colpa. E’ tutta colpa di Vittoria se i suoi genitori si stanno separando, se la tirano dentro inconsapevoli del fatto di metterla in mezzo e lei soffre di panico. Verrebbe pire a me, che situazione di merda, quasi mi arrabbio, ma lei vive e sente solo la colpa. Questo mi fa riflettere su come ognuno viva a sé ciò che accade, la più grande scoperta! Amici, compagni, sarete per sempre nei miei ricordi e dentro di me.

Da cornice, una frase della Fucili del tipo … “le verità più vere sono quelle che non conosciamo e noi siamo qui a tal proposito”. Vi tengo dentro come esempi, maestri, compagni mentre ripenso alla mia nevrosi e al mio esaurimento per cui non c’è più posto. Ora sono libera come molti di voi! Grazie a tutti, Giada

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Dott.ssa Caterina Fucili
Psicologo e Psicoterapeuta
Iscriz. n°1021 Albo Psicologi Marche
mail: info@caterinafucili.it